“dal Gobbino” ristoro sul viale

Dal Gobbino

La famiglia del Gobbino stava, a quel che ho capito, più o meno nella zona tra il podere delle fornaci e le case del cipollini. Erano contadini e lavoravano tutti nei campi. Ma per quel figliolo, piccino e malaticcio, la terra era una fatica troppo grossa. E allora, dalla parte di là del viale, sull’argine d’Arno,  ci tirarono su la bottega.

Bar commestibili,  diceva  l’insegna  in carattere Mostra, di epoca futurista e fascista. “Dal Gobbino”, come tutti lo chiamavano, diventò una tappa obbligata di camionisti, viandanti, pescatori di cee, cacciatori di frodo e villeggianti. Da Persea, un po’ più in la sul viale, per le minestre e il pesce. Dal Gobbino per le merende, il pane, il vino, le acciughe marinate. Due fette di pane con la mortadella, un quarto di vino e un caffè. E poi anche le sigarette, nazionali o esportazione.  Non ho idea di quando il Gobbino venne a mancare, o se cambiò mestiere. Del resto, quelli della mia generazione non lo hanno conosciuto, se non nei racconti dei più anziani. Il suo posto lo prese un omone, alto, robusto, con i capelli neri tirati all’indietro.E noi tutti si pensava che “il Gobbino” fosse una sorta di antifrasi, un modo per scherzare con garbo su tanta quantità, insomma che per Gobbino si intendesse riferirsi a lui. Resistette la scritta, bar commestibili. E la trovate ancora oggi, lì, dopo la curva dei Bufalotti. E, par di farlo apposta, al banco ci trovate due personcine minute, due esserini  che paiono tratti da una bella fiaba. Che ci hanno conservato (o riportato) un pane d’antan, brioche e dolcetti che fanno loro,  lieviti che solo una bravura accompagnata da passione possono produrre. E in bottega, dietro il banco, trovate i pescherecci e le vele in miniatura costruite a mano anta anni fa, da Ferrer. Si, Ferrer Fornaciari, quello che portava il barchetto a San Rossore. Saluti dalla Marina che c’era una volta , e c’è ancora, per chi la cerca.

Dalla pista ciclabile è un attimo, e non vi pentirete.

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